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Tsunami nucleare

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La lettura dell’ottimo articolo di Crosstalk “La pozza di catrame”, mi ha spinto ad aggiungere un piccolo contributo al dibattito in corso sul nucleare, sia pure utilizzando argomenti già espressi in altre occasioni. Mi perdoneranno quei lettori che annoierò con temi a loro già noti. Io sono un ingegnere nucleare, come lo è Pino Ippolito, del resto. Ho scritto la mia tesi dopo aver frequentato per sei mesi la centrale di Trino Vercellese e mi sono occupato delle potenziali ricadute radioattive in quella zona, in caso di Massimo Ipotetico Incidente (LOCA - Loss Of Coolant Accident – cioè la perdita del refrigerante del circuito primario, che può comportare la fusione del nocciolo del reattore). Inoltre, in quel periodo, l'impianto era fermo perché era in corso la sostituzione delle barre di combustibile esaurite. Ho potuto seguire molto bene la vita della centrale e la SUA GESTIONE.

 

Non mi addentro in particolari tecnici ma posso affermare, senza tema di smentita, che:

  1. Una qualunque macchina, semplice o complessa che sia, è comunque soggetta alle scelte degli uomini. Non esiste e non esisterà mai, proprio come ha sostenuto Crosstalk, una tecnologia che, per quanto intrinsecamente sicura, non risulti potenzialmente vulnerabile rispetto agli errori umani ed agli imprevisti della natura. È esattamente quello che è successo alla centrale americana di Three Miles Island  nel 1979, a Chernobyl, in Ucraina, nel 1986 e, purtroppo, è ciò che sta accadendo in questi giorni in Giappone, a Fukushima. Credetemi: Trino, all’epoca, NON era progettata o gestita meglio rispetto a questi tre casi clamorosi. Anzi …
  2. I primi risultati della mia tesi valutavano conseguenze sul territorio pari al doppio di quelle ufficiali della centrale. Le assunzioni che hanno  riallineato i dati finali, concordate con il mio correlatore, non mi hanno affatto convinto e mi hanno fatto perdere del tutto la fiducia che, fino a quel momento, avevo nutrito rispetto alla scelta di utilizzare l’energia nucleare.
  3. Naturalmente ho votato contro il nucleare al referendum del 1987.

La situazione giapponese, per quanto è dato sapere, appare potenzialmente peggiore  persino di quello che si è verificato a Chernobyl. Non mi riferisco, ovviamente, alle perdite di radioattività al momento rilevate: con questo aspetto, purtroppo, potremo fare i conti solo quando l’incidente sarà definitivamente risolto, basandoci su quello che le autorità decideranno di rendere ufficialmente noto. Nel 1986 si è motivato il disastro avvenuto in Ucraina sostenendo che si trattava di una centrale obsoleta, progettata male, dotata di  una tecnologia superata. Si sarebbero verificate,  inoltre, una serie incredibile di coincidenze e di errori umani commessi da personale incompetente. Sono ragioni probabilmente valide, almeno in parte: la centrale era moderata a grafite e refrigerata ad acqua  – una tecnologia molto meno evoluta rispetto a quelle utilizzate in occidente – e, paradossalmente, proprio mentre era in corso un test  sulla sicurezza, furono violate innumerevoli procedure standard, determinando un incontrollato aumento di potenza del nocciolo e giungendo ad una esplosione – non “atomica” ma “chimica” – che provocò un’immane fuoriuscita di sostanze radioattive. A Three Miles  Island, invece, prevalsero considerazioni di tipo esclusivamente economico: l’incidente avrebbe richiesto di “allagare” l’intero impianto, rendendolo ovviamente inutilizzabile. La società privata che gestiva la centrale tentò, invece, di salvare il capitale investito ed i futuri profitti, rischiando un disastro evitato, per miracolo, all’ultimo minuto utile.

Oggi, invece, parliamo del Giappone, una delle più grandi potenze in termini economici e tecnologici, che ha scelto l’energia nucleare come fonte primaria di approvvigionamento, senza preoccuparsi di un obiettivo fondamentale per l’URSS dell’epoca: la produzione di plutonio per costruire ordigni utili alla guerra fredda.   La centrale di Fukushima è certamente “anziana” – è operativa dai primi anni settanta - ma è stata altrettanto certamente progettata e costruita al meglio di quanto era possibile all’epoca e, ne sono sicuro, i tecnici giapponesi sono fra i più preparati al mondo per gestire questi siti e per affrontare e risolvere le emergenze. La Tepco, invece, società privata proprietaria dell’impianto, non gode di una specchiata fama riguardo alla manutenzione nel tempo ed alla trasparenza nel fornire informazioni corrette (vedi l’articolo di Crosstalk “La pozza di catrame”). Ricordo solo che, nonostante le puntuali segnalazioni degli addetti ai controlli di sicurezza, i suoi massimi dirigenti hanno insabbiato, mentito e falsificato i dati talmente tante volte che, nel 2002, sono stati costretti alle dimissioni.

In realtà, pare che la causa principale degli enormi problemi attualmente presenti nel sito sia da ricercarsi nell’altezza dell’onda di tsunami che si è abbattuta sull’impianto: 7 metri, rispetto ai 6 previsti in corso di progettazione. È la dimostrazione più evidente di quanto i parametri riguardanti la sicurezza siano opinabili e soggetti all’imprevedibilità delle forze della natura.

Rispetto alla crisi giapponese, l’attuale Governo italiano ha dato il meglio di sé, passando dalle prime dichiarazione del Ministro per lo Sviluppo Economico, Paolo Romani  “… inimmaginabile tornare indietro …”, alle più prosaiche considerazioni del Ministro  per l’Ambiente,  Stefania Prestigiacomo, che sostiene, naturalmente fuori onda,  ”… non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare …”.  Adesso siamo arrivati alla solita, ipocrita, “pausa di riflessione”, in attesa che passi la buriana e si ricominci daccapo, con l’argomentazione, apparentemente decisiva, che in Italia si costruirebbero centrali di nuova generazione, assolutamente sicure.

È opportuno che gli italiani sappiano che queste fantomatiche “centrali sicure”, scelte dal Governo Italiano e denominate EPR (European Pressurized Reactor), ad oggi non esistono ancora in nessuna nazione del mondo. Sono in costruzione solo due prototipi, in Finlandia (Olkiluoto) ed in Francia (Flamanville)  che, finora, hanno solo dimostrato, nei fatti, COSTI E TEMPI DI REALIZZAZIONE DOPPI RISPETTO A QUANTO PREVENTIVATO. COM’È POSSIBILE DEFINIRE “SICURI” DEI PROTOTIPI MAI ENTRATI IN FUNZIONE E DI CUI NON CONOSCIAMO NULLA RISPETTO ALLA REALE OPERATIVITÀ?

Allo stesso modo, bisogna avere la piena consapevolezza che, al momento, non esiste, sul pianeta Terra, un solo sito sicuro per lo stoccaggio per le scorie radioattive. Gli Stati Uniti hanno scelto la località di Yucca Mountain, nel deserto del Nevada, dopo un meticoloso studio geologico che è costato SOLO 6 miliardi di dollari. Ma non è ancora operativo, non è chiaro quando lo diventerà (forse nel 2017) e, come una qualunque discarica campana, è  potenzialmente ricolmo di scorie già prodotte prima ancora della sua inaugurazione.

Riguardo, infine, alla comparazione dei costi rimando tutti all’illuminante rilettura dell’articolo di Piero Calcagno “Produzione di nuova energia elettrica nei prossimi anni”, pubblicato, qualche mese fa, sul nostro stesso blog.

Quello che più mi colpisce è l’insistenza, da parte di molti, sulla necessità di “non decidere sull’onda dell’emozione provocata dal disastro giapponese”. Sono perfettamente d’accordo con loro: il rifiuto delle  centrali nucleari NON è determinato dall’emotività ma da rigorose motivazioni razionali.

Esiste un solo modo per evitare che in Italia si ricominci con la sciagurata avventura nucleare: partecipare ai referendum fissati per il 12 e 13 giugno, ottenere il quorum, e, magari, far vincere anche quelli sulla privatizzazione dell’acqua e sul legittimo impedimento. Raggiungere questi obiettivi provocherebbe, forse,  un piccolo ma significativo tsunami che si abbatterebbe sull’attuale Governo e sul suo massimo rappresentante. Proviamoci tutti insieme, per favore.

Ultimo aggiornamento Giovedì 18 Agosto 2011 17:29  

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