Lo Sbavaglio

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Superior stabat lupus

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Nella celebre favola di Fedro il lupo accusa l'agnello di sporcare l'acqua che sta bevendo, anche se la cosa è manifestamente assurda visto che il lupo si trova più in alto dell'agnello. Nella versione moderna il lupo vuole accaparrarsi l’acqua e accampa la scusa degli investimenti necessari a modernizzare la rete idrica. Ma anche questa scusa è manifestamente assurda in quanto nessun privato investirebbe senza averne un buon profitto e sia quest’ultimo che gli investimenti non potrebbero che finire per gravare sull’agnello. 

Gli amici de “Lo Sbavaglio” già sanno come una recente legge del governo Berlusconi (legge n.135 del 25/IX/2009, cosiddetto decreto Ronchi) preveda all’art. 15 l’affidamento della gestione dei servizi pubblici locali a rilevanza economica “a favore di imprenditori o di società individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica” o, in alternativa, “a società a partecipazione mista pubblica e privata” con capitale privato non inferiore al 40%; la stessa legge prevede la cessazione degli affidamenti cosiddetti “in house” a società interamente pubbliche e controllate dai Comuni entro il 31.12.2011. Così facendo il governo Bossi-Berlusconi, con buona pace dei tanto sbandierati principi di federalismo, espropria gli enti locali della libertà di scegliere la forma attraverso la quale gestire ed erogare i servizi pubblici locali.

In particolare la privatizzazione del servizio idrico è un esito da scongiurare in quanto si riconosca nell’acqua un diritto universale e non una merce o un mero bisogno da soddisfare attraverso uno specifico mercato.

La legge in questione millanta, peraltro, un ipotetico adeguamento alla disciplina comunitaria ma in realtà in due diverse risoluzioni del Parlamento Europeo si afferma il principio che l’acqua è un “bene comune dell’umanità” mentre gli organismi della UE hanno più volte evidenziato che “alcune categorie di servizi non sono sottoposte al principio comunitario della concorrenza” e che le istituzioni hanno la libertà e l’autonomia di scegliere se fornire direttamente un servizio di interesse generale o se affidare tale compito ad altro ente pubblico o privato. In molti paesi della UE dove era stata avviata la privatizzazione dei servizi idrici, costatato il peggioramento della qualità dei servizi e l’incremento vertiginoso delle tariffe, si registra ora una netta inversione di tendenza verso la ri-pubblicizzazione (assai noto è il caso di Parigi).

Ecco perché il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha promosso tre referendum abrogativi delle norme di privatizzazione dell’acqua e nella scorsa fine settimana sono state raccolte oltre 100.000 firme nelle principali piazze italiane (12 mila in Puglia, 10mila a Roma, 4mila a Torino, 3500 a Bologna, 2500 a Milano, 4200 firme a Savona e provincia, 2mila firme a Latina e Modena, oltre 1500 ad Arezzo e Reggio Emilia.)

Ma qual è stato sin qui il ruolo e quali le posizioni assunte dalle opposizioni parlamentari in questa vicenda? Vale la pena di riassumere.

Partito Democratico

“L'acqua è di Dio e ci tocca ridargliela come ce l'ha data”. Con questa battuta il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ha annunciato che il suo partito avanzerà una proposta di legge (forse di iniziativa popolare) a tutela di un bene primario pubblico. Il Pd non condivide la strategia referendaria perché “sono 15 anni che il referendum non raggiunge gli obiettivi prefissati” e perché “il referendum per sua stessa natura ha una natura abrogativa, va contro qualcosa e non ha nulla di propositivo”. Il segretario regionale piemontese del PD, Gianfranco Morgando, ha recentemente dichiarato “Bene ha fatto, per esempio, il Comune di Torino a modificare il proprio Statuto stabilendo che la gestione del servizio idrico integrato (ovvero acquedotto, rete fognaria e depurazione) deve essere operata da soggetti esclusivamente pubblici.” In effetti, Torino è stata la prima grande città italiana a deliberare una modifica dello Statuto che impegna la Città a mantenere in mano interamente pubblica gli impianti e la gestione senza scopo di lucro del servizio idrico integrato. Ciò che Morgando non dice o non ricorda è che la delibera è passata malgrado l’ostilità dichiarata del Sindaco, Sergio Chiamparino, che si è astenuto e la non partecipazione al voto dei due consiglieri PD Enzo Lavolta e Stefano Gallo. I loro tre voti mancanti hanno impedito di raggiungere i due terzi dei voti richiesti dalla legge per l’approvazione della delibera in prima lettura.


Italia dei Valori

Il partito di Di Pietro aveva inizialmente aderito al Comitato promotore dei referendum per l’acqua pubblica (che è sostenuto, tra le altre organizzazioni, da CGIL, Sinistra Ecologia Libertà e Federazione della Sinistra) per poi allontanarsene e puntare su un proprio referendum abrogativo la cui raccolta firme dovrebbe essere avviata dal prossimo 1° maggio. Secondo un autorevole esponente del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua Di Pietro avrebbe richiesto di vedere riconosciuta al proprio partito una posizione di maggior visibilità all’interno del Comitato, cosa che veniva tuttavia preclusa dalla natura autonoma e indipendente del Movimento. Ancor più interessante è sapere che il quesito proposto dall’IdV - l’abrogazione dell’art. 23-bis, comma 10, lettera d) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 - condivide, e soltanto in parte, gli obiettivi che si intende conseguire con il primo dei tre referendum proposti dal Comitato Promotore per l’acqua pubblica.

 

Ecco allora quali sono in dettaglio i quesiti che, predisposti con la consulenza giuridica di Stefano Rodotà, il Comitato Promotore per l’acqua pubblica propone. Il primo firmatario è stato Don Luigi Ciotti.

Primo quesito: fermare la privatizzazione dell’acqua.

Si intende abolire la norma che impone la privatizzazione dei servizi pubblici locali (art. 23bis Legge 133 del 2008) approvata dal Governo Berlusconi che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati o a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.

Secondo quesito: aprire la strada della ri-pubblicizzazione.

Si vuole abolire la norma che favorisce la gestione privata delle risorse idriche (art. 150 Decr. leg. 152 del 2006) e che definisce come uniche modalità di affidamento del servizio idrico la gara o la gestione attraverso Società per Azioni a capitale misto pubblico privato o a capitale interamente pubblico (favorendo così la ri-pubblicizzazione del servizio idrico e la gestione attraverso enti di diritto pubblico).

Terzo quesito: eliminare i profitti dal bene comune acqua.

Si vuole abolire la norma che permette ai gestori privati di fare profitti sull’acqua, con l’applicazione di tariffe che consentono una remunerazione minima del 7% del loro investimento (art. 154 del Decr. leg. 152 del 2006).

Ultimo aggiornamento Mercoledì 28 Aprile 2010 14:15  

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