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Grexit, non Grexit ...

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Con il voto favorevole dell’assemblea di Atene all’accordo di Bruxelles l’affare greco sembra essersi concluso. In realtà la crisi, innescata – ricordiamolo – dalla vittoria di Syriza in Grecia,  non si è affatto chiusa e non sappiamo quale sarà l’esito finale e quale sarà il futuro dell’eurozona e della stessa Unione Europea.

 

 

 

I media italiani si sono in prevalenza concentrati su un paio di questioni che hanno assorbito l’intero dibattito. La prima non è affatto nuova. La UE, come si è venuta configurando, è assai diversa dalla visione profetica e rassicurante che ne avevano fatto Schuman e Spinelli. Più che un’unione, oggi la UE è un insieme di stati che hanno rinunciato alla loro sovranità nazionale, in specie monetaria e finanziaria, in favore della Germania. È quest’ultima, infatti, com’è apparso ancor più chiaro mentre andava in scena il dramma greco, ad imporre le sue scelte ai paesi partner, ma meglio sarebbe dire satelliti. Ha beneficiato dell’introduzione della moneta unica, costruita su misura del marco tedesco, ed è ora da sola al comando, dopo aver dissolto, con la forza della sua economia, il binomio coi francesi su cui si era fondata la prima versione, certamente più bilanciata, del potere europeo. L’arroganza tedesca si è spinta a chiedere alla Grecia un cambio di governo, perché rea di aver portato nell’eurogruppo una compagine ministeriale non gradita. Un risultato non ancora conseguito ma con un precedente di successo, quello dell’Italia e dell’ultimo governo Berlusconi. Anche la seconda considerazione su cui sono costruiti buona parte degli editoriali di casa nostra non è nuova. Il governo greco di sinistra è stato travolto dalle forze politiche conservatrici ma neppure quelle socialdemocratiche le sono state amiche. Così Stefano Rodotà su Repubblica di ieri poteva scrivere sulla nascita di un Partito Unico Europeo. Ma anche questa non è una novità. Questo partito, invero, è nato da tempo, da quando la sinistra europea, Blair in testa, ha cessato di esistere uniformando i propri obiettivi e omologando le proprie strategie a quelle della destra. Per trarre qualche nuovo insegnamento dalla vicenda greca occorre guardare altrove. Il primo ministro greco ha siglato, dopo l’esito referendario - che l’aveva reso certamente più forte in patria ma assai più vulnerabile in Europa - un accordo durissimo per il suo paese, verosimilmente più duro di quello che avrebbe potuto garantirsi prima di indire il referendum. Lo ha fatto perché l’alternativa sarebbe stata il baratro del default e dell’uscita della Grecia dalla zona euro (non un accordo, dunque, ma un ricatto bello e buono). Lo fatto per rispettare la parola data, prima del referendum, che l’accordo sarebbe stato raggiunto qualunque fosse stato l’esito della consultazione popolare. Lo ha fatto per rispettare la volontà della stragrande maggioranza dei greci di non perdere il contatto con l’Europa, anche con questa Europa, nonostante questa Europa. C’è stato un punto oltre il quale il bluff di Varoufakis non poteva essere portato oltre. Non so quanto possano aver pesato nel determinare la millantata audacia dell’ex ministro delle finanze ellenico la sua privilegiata condizione economica o il passaporto australiano. A perderci certo sarebbe stata ancora una volta la parte più debole della società greca, gli operai, gli impiegati, i pensionati, il cui già modestissimo reddito sarebbe stato falcidiato nella conversione dall’euro alla dracma. Perciò io sto con Tsipras, checché ne pensi e ne dica la sinistra più battagliera di casa nostra. Quella che gioca con l’uscita dell’Italia dall’euro senza averne appreso appieno il significato. Perché quello che dovremmo aver imparato dall’ostinata volontà dei greci è che la ricetta di Salvini e di Grillo sarebbe un suicidio per la società italiana. Certo è naturale chiedersi: può la sinistra governare in Europa senza perdere la propria identità, senza smarrire il significato stesso della sua esistenza? La questione rimanda a quella più antica sul socialismo in un solo paese. Questa Europa non ci piace e va cambiata ma solo la maggioranza degli europei può cambiarla. Non ci sono scorciatoie ed anche se il percorso non è agevole è bene incamminarsi lungo quella strada piuttosto che avventurarsi nel precipizio.

 

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