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L'uovo di Grillo

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Circolano, nelle ultime ore, alcune mail che, prendendo di mira la manovra del governo, sembrano indicare con sciolta sicurezza un rimedio ai nostri guai economici così semplice e naturale da fare il verso al famoso uovo di Colombo che, secondo la tradizione, il grande navigatore genovese escogitò di ritorno dall’America durante una cena in suo onore dal cardinale Mendoza. L’uovo in questione viene, nell’attualità, da Reset Italia (un nome che è tutto un programma), blog vicino a un altro illustre genovese, Beppe Grillo. Contiene un’affascinante e apodittica verità: l’Islanda si è salvata dalla morsa della speculazione lasciando far fallire le banche e dichiarando lo stato di insolvenza. Si può risalire all’uovo di Grillo, per chi ancora non l’avesse assaporato, transitando dal blog del comico-politico (non direi mai politico-comico!)  o direttamente da qui. Per parte mia tenterò di dimostrare che con le uova di Grillo si fa al più una bella frittata.

 

 

Non conosco la situazione dell’Islanda e, perciò, non ne dirò nulla. Certo è che a leggere la velina grillina vien subito da pensare che anche per noi del Bel Paese la soluzione ai nostri guai economici è semplice e a portata di mano: dichiariamo l’insolvenza dello Stato e il gioco fatto! Sparito il debito pubblico, ripulito il bilancio dello Stato, ripartiamo leggeri e tranquilli verso un brillante futuro. Purtroppo, per noi, le cose stanno in maniera assai diversa.

La manovra varata in questi giorni è stata iniqua, vessatoria, maldestra e contraddittoria. La si doveva fare prima, meno confusamente e, soprattutto, con contenuti affatto diversi. Si potevano colpire anzitutto i grandi patrimoni, combattere con serietà l’evasione e l’elusione fiscale, provare ad azzoppare la speculazione inasprendo la tassazione sulle operazioni di finanza, intaccare i privilegi ormai insopportabili di una casta parlamentare sempre più arrogante, semplificare e ammodernare la geografia amministrativa del Paese, rimodulare l’imposizione fiscale per farne gravare il peso maggiore sui redditi più alti e molto altro ancora. A pagare ancora una volta saranno invece i ceti più deboli poiché su questi graverà buona parte del peso dell’intera manovra.

La rabbia che ci prende nel considerare ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non deve, tuttavia, farci dimenticare che questa manovra di aggiustamento dei conti pubblici era assolutamente necessaria e che qualunque governo avrebbe, nelle circostanze, approvato misure di questa portata e di queste dimensioni. Un ulteriore ritardo avrebbe comportato un aggiuntivo aggravio del debito pubblico italiano e la necessità di manovre ancora più dure. Senza manovre di aggiustamento i tassi di interesse sui titoli di stato (detenuti in larga parte anche da investitori esteri) sarebbero cresciuti, sarebbe così cresciuto lo stock del debito, che avrebbe causato un ulteriore incremento dei tassi, che avrebbe fatto crescere ancora il debito … che avrebbe portato, appunto, all’insolvenza dello Stato.

Quando lo Stato è insolvente non può più pagare, i titoli del debito diventano carta straccia, il pubblico impiego è in affanno, i risparmiatori - soprattutto quelli piccoli (ché quelli più grandi sanno sempre come si può fare: ad esempio trasferire i capitali per tempo all’estero) - perdono i loro risparmi, le banche (che hanno importanti quote del debito pubblico) falliscono e i piccoli risparmiatori (sempre quelli!) dicono addio ai loro depositi. Avendo ceduto il potere di battere moneta alla Banca Centrale Europea non abbiamo neppure la possibilità di stampare qualche euro. Dovremmo uscire dall’area dell’euro e tornare alla lira. Allora potremmo stamparne in quantità con il solo (si fa per dire) limite dell’inflazione che, come si sa, colpisce ancora una volta i ceti più deboli.

Un drammatico caos dalle conseguenze imprevedibili, possibilmente l’avvento di un regime forte.

Dobbiamo riconoscere che siamo all’interno di un meccanismo, anche perverso, di integrazione  e di condizionamento reciproco tra economie che ha da tempo cancellato la sovranità nazionale su questioni di grandissimo rilievo per la vita di tutti noi. Dobbiamo dunque per sempre accettare i diktat della BCE, della Banca Mondiale, dell’FMI (organizzazioni a-democratiche i cui vertici non sono stati liberamente scelti dai cittadini ma imposti dai poteri forti del capitalismo internazionale)? No! Ma dobbiamo sapere che uscire da questo ingranaggio, il liberismo selvaggio imposto con il vessillo tabù dei mercati, non sarà facile e richiederà l’organizzazione di un grande movimento in un ampio spazio geografico che sia di dimensioni almeno europee. L’Europa che è stata sin qui fatta è funzionale solo agli interessi di pochi, dominatori e predatori del mercato. Dobbiamo costruirne una nuova, un grande spazio democratico che con il suo mezzo miliardo di individui, dalle antiche e nobili tradizioni, indichi a tutto il pianeta un futuro diverso di civiltà.

L’economia capitalista ha fallito il suo compito di creare e distribuire ricchezza, ha creato insopportabili diseguaglianze tra nazioni ricche e povere, e tra ricchi e poveri all’interno di uno stesso stato. Sconfiggere l’illusione liberista e il pensiero unico liberista è la soluzione. Una soluzione che deve essere lucidamente perseguita in tutta Europa. Il socialismo in un’unica nazione non è più, se mai lo è stato, possibile. Marx pensava che il capitalismo non fosse che una tappa, dopo il feudalesimo, nel progresso dell’umanità. Non sappiamo quanto sarà lunga.

 

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