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Il valore in comune

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Un nuovo spettro, molto più sottile, sfuggente,  e ambiguo nelle sue motivazioni e nelle sue origini di quello di centosessant’anni fa, si aggira per il mondo: invece di comunismo, si chiama “valore in comune (shared value)”, che, almeno nella traduzione italiana del termine “shared” che propongo, richiama la vecchia teoria di Carlo Marx e soci. Invece della dialettica storica e della lotta di classe, propone però una sorta di olistico rapporto tra le parti sociali in grado, almeno nelle intenzioni dei suoi propugnatori, di produrre sviluppo comune e benessere collettivo senza più insanabili e interminabili conflitti. Si tratta di una specie di rivoltolamento del calzino del capitalismo, che nasce dall’evoluzione dal concetto di “responsabilità sociale”.

 

Secondo quest’idea, a causa delle accuse portate al capitalismo di perseguire il profitto degli azionisti di per sé senza alcuna considerazione per gli aspetti sociali, ambientali ed economici del contesto in cui agisce,  le imprese “per bene” introducono, sotto la pressione dell’opinione pubblica e dei governi, nella loro catena di produzione del valore elementi “etici”: ad esempio, la “tracciabilità” dei prodotti, per dimostrare la corretta origine e lavorazione dei prodotti che l’azienda produce, o cicli di lavorazione progettati per diminuire i livelli di inquinamento. Naturalmente dal punto di vista dell’impresa tutto ciò non è conveniente,  in quanto non produce benefici economici legati alla eventuale ottimizzazione della catena del valore e all’immagine tali da compensare i costi corrispondenti. Insomma, l’impresa subisce, obtorto collo, e gli insuccessi derivanti da questa situazione generale spingono i governi, sulla base di una opinione pubblica negativa circa il valore sociale dell’impresa privata, a legislazioni ancora più severe, che pongono sempre più seri limiti alla competitività  e alla crescita economica. Un quadro quindi di contrasto tra impresa e società che porta al fallimento di molte di queste iniziative e giustifica molti degli insuccessi del passato.

Come superamento del concetto di responsabilità sociale, nasce quindi nel bostoniano salotto buono del capitalismo, la Harvard Business School,  evangelizzata da Michael Porter, l’idea del “valore in comune” (o “valore comune”, o ancora “valore condiviso”, non so bene come rendere l’inglese “shared value”).

Ora, io di solito non leggo cose di questo tipo; sono piuttosto aduso alla “Gazzetta dello Sport” (ma di questo e della crisi del calcio italiano e della sua deplorevole inferiorità nei confronti di quello europeo parleremo un’altra volta): un amico però, che molto segue questi temi per motivi professionali e di passione personale, mi ha passato un articolo che Porter ha scritto insieme ad un certo signor Mark R. Kramer suo sodale: “Creating Shared Value”, a cui indirizzo i più volenterosi di voi, dato che si tratta di una mappazza di 17 pagine in inglese, che per altro riporta concetti abbastanza semplici. Per inciso, mi scuso se riporto solo citazioni di materiale in inglese, ma a me sembra che in questo momento l’Italia –a parte le solite lodevoli eccezioni – non sia in grado di produrre nulla di innovativo, se non nel rovistare nel fondo più sordido del capitalismo (vedi ad esempio il caso Eutelia), nell’esprimere riprovevoli forme di rappresentazione della società (vedi ad esempio il caso bunga bunga) e nel farsi governare da una classe politica e dirigenziale che si distingue soprattutto per ignoranza, miopia di vedute circa il bene pubblico, astuta salvaguardia degli interessi personali e concezione mafiosa del potere.

Io ho trovato il tema proposto nell’articolo stimolante:, mi sono sobbarcato quindi la fatica di operarne una sintesi in italiano – spero corretta –da proporre ai lettori de Lo Sbavaglio: data la loro base culturale, sono sicuro del loro interesse, e quindi la lancio in pasto alle loro fiere fauci, speranzoso in un vivace e combattuto dibattito.

Leggendo l’articolo, si nota subito che per P&K (Porter & Kramer) l’impresa capitalista deve assumere un ruolo guida nell’evoluzione sociale. Questa, anzi, trova quasi esclusivamente nell’iniziativa privata il motore del suo progresso. Viene così espressa una rilettura – riassunta nelle conclusioni assieme ad una ridefinizione del ruolo pubblico  - della vecchia “mano invisibile” di Adam Smith, secondo la quale il sistema economico non richiedeva interventi esterni per regolarsi, e in particolare non necessitava dell'intervento di una volontà collettiva razionale.

L’idea è che il business deve essere il primo motore con solo di come crea valore per se, ma anche di come lo crea per la società, dato che il capitalismo ha dimostrato di essere incomparabilmente efficace nell’opera di soddisfacimento dei bisogni umani, creando posti di lavoro e costruendo in generale benessere[1]; l’opportunità nasce nell’indirizzare la creazione di valore economico e contemporaneamente di soddisfare i bisogni della società affrontando i suoi bisogni e le conseguenti sfide. Riconoscendo i bisogni sociali, le corporation in realtà creano grandi occasioni di crescita per loro stesse. Questa, secondo P&K, è la molla del progresso futuro a vantaggio dell’intera comunità, sfida ambiziosa da condurre sotto la guida illuminata di nuovi manager capaci di ragionare anche e soprattutto in termini di bisogno sociale, oltre che di produttività aziendale, e abili nel giostrare sul confine tra profit e nonprofit. L’obiettivo della nuova corporation deve quindi essere ridefinito in termini di capacità di creazione di valore condiviso, piuttosto che di profitto puro e semplice.

Il ruolo pubblico? Regolare in modo da favorire la creazione di valore comune e soprattutto non ostacolare questa positiva dinamica naturale endogena al capitalismo avanzato. Maggiori dettagli nel finale.

Ora, tradizionalmente gli economisti hanno legittimato l’idea che soddisfare i bisogni sociali limiti il successo economico dell’impresa. La sicurezza sul lavoro, l’assunzione di persone disabili, il rispetto dell’ambiente, dicono gli economisti neoclassici, inevitabilmente innalzano i costi e riducono i margini. Conseguentemente, l’impresa ha sempre escluso considerazioni sociali e  ambientali dai propri modelli di business,  considerando il contesto in cui opera come qualcosa di dato, lasciando la responsabilità di risolvere questa classe di problemi ai governi e alle organizzazioni non governative. La responsabilità sociale viene considerata semplicemente un costo inevitabile per migliorare la propria reputazione. Esiste quindi, secondo la visione classica, una contrapposizione tra impresa e società che mantengono fini e obiettivi diversi e contrastanti, e che porta entrambe a non collaborare e a guardarsi in cagnesco. E entrambe ci rimettono. Ma, aggiungono gli autori, questa contrapposizione di obiettivi è apparente, e dipende solo dall’incapacità della parti di analizzare e capire bene i problemi.

L’idea di valore comune, al contrario, riconosce che i bisogni sociali – al di là di quelli puramente economici – definiscono il mercato. Riconosce inoltre che i problemi sociali – inquinamento, spreco di energia, mancanza di un appropriato sistema educativo - si riflettono spesso in inattesi costi interni alla corporation. Inoltre, non necessariamente l’affrontare questi problemi si traduce in un aumento di costi interni, perché l’innovazione tecnologica, i nuovi metodi operativi e l’originale approccio manageriale necessari alla sfida, sono in realtà forme di investimento che consentono all’impresa di intraprendere nuovi, inaspettati e fruttiferi cammini di crescita.

Nella vecchia visione ristretta del capitalismo tradizionale,  il business contribuisce meccanicamente al benessere collettivo facendo profitto, dato che questo, a sua volta, crea occupazione, salari, acquisti, investimenti e tasse. L’impresa è largamente rinchiusa su se stessa, e il soddisfacimento esplicito dei bisogni sociali cade ben al di là dei suoi scopi. Le strategie di crescita si basano sul convincere sempre più i consumatori a comprare i propri prodotti, e la pressione della concorrenza e gli obiettivi di ritorno del capitale sempre più a breve posti dagli azionisti inducono continue ristrutturazioni,  riduzione del personale e delocalizzazione. I risultati sono spesso guerra dei prezzi, poca innovazione, limitata o nulla crescita dell’occupazione e scarsi vantaggi competitivi. La percezione sociale dell’impresa è di essere una organizzazione parassitaria che sfrutta la società civile.

Ora, dicono P&K, si dice che un’impresa trovi i propri vantaggi competitivi soprattutto nel modo in cui essa riesce a configurare abilmente la propria catena del valore, ossia l’insieme delle attività necessarie a creare, produrre, vendere, consegnare e assistere i propri prodotti. Nel far ciò, l’impresa ha tradizionalmente trascurato le opportunità che derivano dal soddisfacimento dei bisogni sociali, e contemporaneamente negletto l’impatto negativo degli stessi.

Sulla base di queste considerazioni, sempre secondo P&K, ci sono tre modi distinti di creare valore economico creando nel contempo valore sociale: si tratta di ripensare i prodotti e il mercato, ridefinire il concetto di produttività all’interno della catena del valore e costruire reti di imprese e iniziative di supporto presso le sedi operative dell’azienda. Seguono numerosi esempi, tra i quali cito a parer mio i più significativi. Per l’elenco completo, rimando il curioso lettore all’articolo in questione.

Ripensare la relazione tra prodotti e mercati tenendo in considerazione i bisogni e le esigenze sociali può far nascere nuove opportunità di business tanto nei paesi sviluppati quanto in quelli in via di sviluppo.

Nelle economie avanzate la domanda per prodotti che soddisfano esigenze di salute ed ecologiche è in rapida crescita; ad esempio i produttori di cibo che si sono sempre concentrati solo sul gusto e la quantità ora si interessano al benessere e a forme migliori di nutrizione; altro esempio: una nuova linea di prodotti energetici della General Electric progettati con criteri ecologici ha avuto un grandissimo successo commerciale (18 miliardi di dollari nel 2009): le previsioni sono che la crescita di questa fascia di prodotti sarà il doppio  della crescita dei ricavi aziendali dei prossimi 5 anni.

Opportunità ancora più grandi si trovano nel focalizzarsi sui bisogni delle comunità svantaggiate nei paesi avanzati  o dei miliardi di nuovi potenziali consumatori alla base della piramide sociale in paesi come Cina, Brasile o India. Ad esempio, telefoni cellulari a basso costo in grado di fornire servizi bancari in mobilità stanno aiutando popolazioni disagiate a risparmiare in modo sicuro e stanno facendo evolvere la capacità dei piccoli agricoltori di produrre e vendere i loro raccolti: i servizi bancari mobili di Vodafone in Kenia hanno raggiunto 10 milioni di clienti in 3 anni, mentre il totale dei fondi gestito rappresenta l’11% del PIL di quel paese. In India, Thomson Reuters offre un servizio di previsione meteo e di informazione sui prezzi dei raccolti offerto ad agricoltori che guadagnano una media di 2000$ all’anno, ad una tariffa di 5$ al trimestre. Il servizio raggiunge circa 2 milioni di agricoltori, che, sulla base di ricerche preliminare, sembra abbiano migliorati i propri introiti del 60%, in qualche caso triplicandoli addirittura.

La catena del valore di una azienda – il modo in cui acquista materia prima, produce, vende, distribuisce e assiste i suoi prodotti - inevitabilmente influenza e viene influenzata da temi sociali, come l’uso dell’acqua e di altre risorse naturali, la salute, la sicurezza e le condizioni di lavoro e le pari opportunità. Quindi i problemi della società possono indurre costi nella catena del valore. Ad esempio, l’imballaggio eccessivo e la produzione di gas serra non sono solo costi per la società, ma anche per l’impresa. Wal-Mart – azienda americana leader della grande distribuzione – ha indirizzato entrambi i temi riducendo gli imballaggi e riorganizzando le rotte di consegna dei suoi camion, ottimizzandole per 100 milioni di miglia nel 2009 con un risparmio di 200 milioni di dollari, e limitando moltissimo le emissioni di gas serra.

Tradizionalmente, la funzione acquisti delle grandi aziende ha sempre cercato di spremere i fornitori al massimo, e nelle ricerca di fornitori al più basso costo possibile ha spesso cercato le proprie fonti nel terzo mondo. Recentemente comincia  a farsi strada l’opinione che non sia sempre una buona idea quella di ridurre i fornitori alla fame, perché in tal modo non si possono ottenere prodotti di qualità. Aiutare i produttori con prestiti, informazioni e tecnologia significa una qualità più alta dei prodotti, che con effetto leva si trasferisce sui profitti aziendali, e un molto minore impatto ambientale, che, sua volta, migliora la produzione. La Nespresso (quella con la pubblicità di San Pietro che fa il bullo con George Clooney per avere qualche capsula di caffè) è una delle divisioni con più rapida crescita della Nestlè (compagnia con una fama passata non proprio illibata N.d.R.), con circa il 30% annuo dal 2000, mettendo sul mercato un’offerta rappresentata da macchine per il caffè con le relative capsule. Ottenere grandi quantità di caffè di buona qualità è però una cosa difficile. La maggior parte del caffè è coltivato da piccoli agricoltori in povere aree rurali dell’Africa e dell’America Latina, intrappolati in un ciclo perverso di bassa produttività, bassa qualità e degrado ambientale che limita i volumi di produzione. Per affrontare questi problemi, la Nestlè ha ridisegnato la catena degli acquisti; ha lavorato insieme agli agricoltori dando pareri sui metodi di coltivazione, fornendo prestiti in poi e costituendo fonti sicure di fornitura per semi, fertilizzanti e pesticidi. Inoltre ha messo in piedi vicino ai fornitori dei laboratori per la misura della qualità del prodotto, dando riconoscimenti ai produttori migliori. In questo modo sono aumentati volumi e qualità della produzione, sono cresciuti il reddito dei coltivatori e i ricavi della Nestlè, mentre l’impatto ambientale è drasticamente diminuito. Dall’esempio della Nestlè si evince anche il vantaggio di utilizzare validi fornitori locali invece delle lunghe catene di delocalizzazione che inducono costi di trasporto, bassa qualità della fornitura e un crescente impatto ecologico.  Maggiori dettagli su come la Nestlè crea valore comune potete trovarlo su questo sito (della Nestlè).

Nell’ Indostan Unilever sta creando un nuovo sistema di distribuzione porta a porta, gestito da donne in condizioni disagiate che si sono inventate imprenditrici, nei piccoli villaggi indiani con popolazione inferiore alle 2.000 anime. Unilever fornisce alle imprenditrici microcredito e istruzione specifica, e ora la rete si avvale di 45.000 imprenditrici che coprono qualcosa come 100.000 villaggi in 15 diversi stati indiani. Questa iniziativa, nota come progetto Shakti, produce benefici sociali non solo producendo reddito familiare per le donne (spesso raddoppiandolo), ma anche diminuendo il rischio di contagio da malattie infettive grazie alla fornitura alle popolazioni interessate di prodotti igienici difficili da reperire in altro modo. In questo modo Unilever è riuscita a raggiungere un mercato geograficamente molto difficile,  che al momento conta per il 5% dei suoi ricavi indiani, penetrando con il suo marchio in aree non servite dai tradizionali media pubblicitari.

Ci si rende sempre più conto che salari bassi, benefici ridotti e delocalizzazione delle attività inducono effetti negativi sulla produttività, al contrario favorita da salari dignitosi, sicurezza, benessere, istruzione e opportunità di carriera. Molte compagnie si rendono conto che la soppressione delle “ costose” coperture sanitarie producono costi maggiori dei risparmi a causa delle giornate di lavoro perduto e in generale della diminuita produttività dei lavoratori. La Johnson & Johnson ha risparmiato 250 milioni di dollari di costo tramite programmi per limitare il fumo dei dipendenti e altri benefici per la salute, con un ritorno di 2,71$ per ogni dollaro investito.

Le teorie aziendali più diffuse sostengono che grazie alla globalizzazione la località di lavoro non sia più un problema: conseguentemente dal punto di vista dai manager è meglio delocalizzare nei posti che costano meno. Ora questo punto di vista vacilla, a causa dell’aumento dei costi dei trasporti e delle emissioni di gas serra, ma anche per l’aumento dei costi di produzione e trasporto legati ai sistemi di produzione distribuiti, e ai costi nascosti negli approvvigionamenti remoti (vedi caso Nestlè, e Wal-Mart ha impiantato i magazzini della sua catena di alimentari vicino ai luoghi di produzione). La Olam International, un produttore di anacardi, mandava per la lavorazione le sue noci dall’Africa in Asia; ora ha aperto stabilimenti di produzione in Tanzania, Mozambico, Nigeria e Costa D’Avorio, tagliando i costi di circa il 25% e abbattendo le emissioni di gas serra. Inoltre ha stabilito rapporti preferenziali con i coltivatori locali, ha dato impiego a 17.000 persone (95% delle quali donne) e sviluppato un indotto altrettanto grande, in aree dove di lavoro non c’era nemmeno l’ombra.

Secondo un concetto che ormai appare esser capito da molti, le strutture a rete sembrano produrre risultati maggiori della semplice somma di quanto singolarmente ottenibile dalle loro componenti. Ora, nessuna impresa è in realtà autosufficiente, in quanto il suo successo è fortemente influenzato dalle altre aziende e dalle infrastrutture che la circondano. In altre parole, il successo di un’azienda è fortemente influenzato dalla rete (“cluster” nella terminologia di Porter) di fabbriche, fornitori, infrastrutture specializzate in quel settore di mercato e dal contesto culturale e normativo. Un esempio: la Silicon Valley in California, territorio specializzato nell’informatica, dove prosperano aziende come Apple e Google. Il concetto di cluster comprende, oltre alle imprese e ai servizi, istituzioni come le università, associazioni di commercio e di standardizzazione, risorse e regolamentazioni pubbliche quali la disponibilità di scuole, di acqua e di leggi sulla giusta concorrenza e sulla trasparenza di mercato. Ora, se l’istruzione pubblica fallisce, aumentano nelle imprese i costi di training,  la mancanza di trasporti pubblici fa lievitare i costi interni per la logistica, mentre la disponibilità di mano d’opera è limitata dalla discriminazione razziale e sessuale, e la povertà abbassa la domanda di prodotti e porta al degrado ambientale, e quest’ultimo all’ aumento delle malattie e dei costi per la salute.

L’impresa può quindi creare valore comune favorendo la nascita di cluster, reti dove diverse organizzazioni specializzate si occupano, in armonia tra loro, di tutti quei temi specifici che aumentano contemporaneamente la produttività aziendale e rispondono alle esigenze sociali del contesto che la circonda. Con Nespresso, la Nestlè ha proprio creato dei cluster, che hanno reso le sue procedure di acquisto delle materia prima molto più efficaci. Nestlè è riuscita a creare in ognuna della sue regioni di approvvigionamento una complessa rete che comprende aspetti agricoli, di logistica, finanziari, tecnologici, educativi, producendo un forte sviluppo locale, aiutando con il credito cooperative di agricoltori e impianti di trattamento del raccolto e sostenendo un vasto programma educativo sulle tecniche di coltivazione e raccolta, assicurando così  la qualità desiderata del prodotto. Tra le altre cose, ha cooperato con la Rainforest Alliance, una organizzazione non governativa internazionale, per insegnare agli agricoltori tecniche di coltivazione sostenibili.

Un altro esempio di società che ha ben capito il valore dei cluster è Yara, leader mondiale nel campo dei fertilizzanti minerali. Comprendendo che la mancanza di infrastrutture in molte regioni africane impediva agli agricoltori locali di procurarsi fertilizzanti e altri componenti essenziali, e rendeva loro difficile il commercio dei raccolti, Yara ha investito 60 milioni di dollari nello sviluppo di porti e strade, per creare corridoi di crescita agricola in Mozambico e Tanzania, in accordo con i governi locali e con l’aiuto della Norvegia. Le aspettative sono di sviluppo per 200.000 agricoltori e di creazione di 350.000 nuovi posti di lavoro.

L’articolo si avvia alla fine. Dopo questi esempi virtuosi, P&K tentano una serie di conclusioni offrendo nel contempo una rilettura dell’evoluzione del capitalismo e una ridefinizione del ruolo pubblico.

Non tutte le forme di profitto, dicono P&K, sono uguali. Il profitto che coinvolge lo sviluppo sociale rappresenta una forma più alta di capitalismo, in grado di assicurare un maggior sviluppo sia alla comunità che all’impresa, grazie ad un nuovo circolo virtuoso che si snoda tra i due attori, basato sul riconoscimento degli interessi comuni e del valore della collaborazione in contrapposizione all’antagonismo. Inoltre, il valore comune, pur basandosi su principi etici, va ben al di la di essi, in quanto rappresenta proprio un modo nuovo di concepire clienti,  produttività, rapporti con i lavoratori e le loro esigenze.

La creazione di valore comune è basato su nuove forme di collaborazione trasversali rispetto alle tradizionali divisioni profitto non-profitto, pubblico e privato: la fondazione dei cluster, ad esempio, difficilmente può essere affrontata sulla base delle semplici forze aziendali, ma richiede la collaborazione di tutti gli attori interessati. Estremizzando, anche aziende tra loro concorrenti possono cooperare nella creazione pre-competitiva di situazioni da cui trarne tutti beneficio.

I governi e le associazioni non governative possono scegliere di favorire la nascita di valore comune, o di remare contro. Come è emerso dalla recentissima crisi finanziaria, le regolamentazioni sono fondamentali per far funzionare bene i mercati. Tuttavia, il modo in cui queste regolamentazioni sono fatte determina se esse sono utili o dannose allo sviluppo. Le regolamentazioni corrette dovrebbero mettere in risalto obiettivi sociali, e incoraggiare le aziende ad investire in valore comune piuttosto che a speculare sul breve periodo. Esse dovrebbero essere basate sulla definizione di chiari e misurabili obiettivi sociali relativi all’uso di energia, salute pubblica e sicurezza. Dovrebbero stabilire, quando richiesto, prezzi alle risorse (ad esempio l’acqua) sulla base dei loro costi veri. Dovrebbero definire gli obiettivi da raggiungere, ma non il modo per farlo, che viene lasciato all’iniziativa privata, e pianificare correttamente i tempi per dar modo all’impresa di sviluppare correttamente i nuovi prodotti e porre in atto le nuove procedure operative. Poi, sarebbe necessario stabilire metriche di misura dei risultati raggiunti, e in quest’ambito i governi dovrebbero investire nelle infrastrutture necessarie alla raccolta dei dati relativi, come il livello di nutrizione o di salute delle persone. Infine, invece di imporre in modo prescrittivo agli attori di mercato complicate e pesanti procedure per il rispetto regolamentare, dovrebbero piuttosto assicurare efficaci meccanismi di  controllo e audizione utilizzabili dai governi quando necessario.

Come esempio contrario, aggiungono i nostri due autori, le forme di regolamentazione negative impongono all’iniziativa privata l’adesione stretta a determinate politiche stabilite disgiuntamente o in antagonismo agli interessi dell’impresa, piuttosto che concentrarsi sulla misura del miglioramento dei vantaggi sociali. Stabiliscono rigide regole che spesso bloccano l’innovazione e aumentano i costi per l’impresa, scatenando in questo modo l’ostilità degli imprenditori e dei manager.

Infine, la regolamentazione deve contrastare tutte la pratiche aziendali parassitarie nei confronti della società: ad  esempio, rigide politiche antitrust sono fondamentali per assicurare una ridistribuzione dei benefici accumulati dall’impresa nei confronti dei clienti, dei fornitori, dei lavoratori.

In conclusione, riassumono P&K, abbiamo bisogno di una nuova forma di capitalismo imbevuto di scopi sociali; ma questo non deriva tanto da considerazioni caritative, quanto da una comprensione più profonda di cosa significhino competizione e creazione di valore. Creare valore comune rappresenta una nuova più ampia concezione della mano invisibile di Adam Smith: questo tipo di sviluppo non si basa sulla filantropia ma ancora, come nel vecchio capitalismo, su comportamenti che trovano il loro fondamento nell’interesse personale, ma congegnati in modo da creare bene collettivo. L’impresa potrà legittimarsi agli occhi della comunità, mentre la democrazia esprimerà governi in grado di regolamentare per uno sviluppo corretto dell’iniziativa privata. La sopravvivenza del più adatto sarà ancora la regola, ma della competizione di mercato beneficerà l’intera comunità, tramite questa ritrovata armonia tra impresa e società.

Ancora, i molti aspetti sociali ed economici alla base del concetto di valore comune abbatteranno le divisioni disciplinari ed educative, favorendo la multidisciplinarietà. In questo modo verranno superate molte di quelle barriere che impediscono agli attuali manager di capire e affrontare i problemi sociali e agli insegnamenti di molte università di uscire da una visione ristretta del capitalismo e di capire, al di là dei corsi di marketing, i profondi bisogni dell’essere umano. La finanza stessa dovrà impegnarsi a ripensare a come i capitali possano essere impegnati di nuovo nella produzione di valore nell’impresa – suo originale scopo – piuttosto che favorire le speculazioni.

Non tutti i problemi della società possono essere risolti mediante la creazione di valore comune. Ma il valore comune offre all’impresa l’opportunità di utilizzare le sue capacità, le sue risorse e la sua managerialità nella guida del progresso sociale in modi che anche la migliore organizzazione governativa o non governativa raramente è in grado di perseguire. Nel corso di questo processo, il business può di nuovo guadagnarsi il rispetto della società.

Fine dell’articolo.

Che ne pensate? Nuova, insidiosa trappola del capitalismo o olistica opportunità di crescita armoniosa per tutti?

Come si posiziona, rispetto a quanto descritto nell’articolo, il capitalismo italiano?

Di fronte a questa proteiforme capacità di adattamento del capitalismo che come un batterio sotto l’azione dell’antibiotico riesce ad evolversi in nuove e mutate forme, quale può essere la posizione della sinistra?

Forza con i commenti!

 

 

 

 

 

 

 


[1] A mio modo di vedere, P&K benevolmente – ma è la loro cultura – trascurano, dal punto di vista storico, i momenti bui dell’accumulazione primaria e dello sfruttamento cieco alla ricerca del massimo profitto a breve, dalla distruzione di una quantità infinita di risorse naturali, allo sterminio di intere popolazioni, alla traduzione nelle americhe di milioni di persone di pelle nera, ai carusi nelle miniere di zolfo, alle guerre dell’oppio, a tutte le guerre scatenate per il predominio dei mercati, al colonialismo, a Bhopal, a Seveso, alla Eternit, alla Thyssen Krupp insomma tutte quelle efferatezze – troppo numerose per essere elencate qui e ancora oggi in forza in gran parte del mondo – sulla base delle quali andrebbe espresso un giudizio ben più severo sul capitalismo: la manina di Adam Smith sembra grondare sangue. Ma dato che questo articolo sembra andar “oltre”, propongo di lasciar cader qui questo argomento,e altri simili che sicuramente verranno in mente ai nostri lettori.

 

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