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Dopo Mirafiori

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Ora, infine, si è votato a Mirafiori sull’accordo, “caldamente” voluto da Marchionne, che regola le nuove condizioni di lavoro e, si direbbe, di vita nel più importante e conosciuto stabilimento industriale italiano cosicché è oramai senza dubbio per nessuno, neppure per chi aveva invocato l’eccezionalità di Pomigliano, che questa è la via maestra imboccata dal capitalismo nostrano per ristrutturarsi e competere nel mondo globale. I sì sono prevalsi con il 54% dei voti di una parte larghissima degli aventi diritto, il 94%, andato al voto. Tuttavia senza il voto degli impiegati, in larga misura anzi quadri dirigenti per nulla toccati dalle nuove norme, e senza il voto dei turnisti privilegiati, quelli che non ruotano ogni settimana, svolgono sempre il turno notturno e sono meglio pagati, i no avrebbero prevalso nonostante l’ultimatum aziendale sulla chiusura dello stabilimento nel caso che Marchionne avesse perso la sua scommessa (un vero sportivo l’AD di FIAT!). Perché allora questo che pare rivelarsi a conti fatti non proprio un successo per Marchionne ma un grande successo della FIOM, il solo sindacato a non aver sottoscritto gli accordi e che sulla carta poteva contare solo su di un 13% di iscritti alla sua sigla?

 

 

Si è detto ed amplificato a dismisura che questa della FIAT fosse l’unica chance per restare competitiva sul mercato globale dell’auto. Secondo lo stesso AD della fabbrica torinese, in una recente dichiarazione, il costo della manodopera sul costo complessivo del prodotto finito auto incide per il 7%. Sembra strano, anzitutto, non rivolgere la principale attenzione a quel 93% che è fatto di materie prime ma anche di processi e innovazione di processo, di distribuzione, di marketing. Ma restando al nostro 7% è stato valutato che l’incremento di produttività attesa con il nuovo contratto attraverso l’inasprimento delle condizioni alla catena di montaggio sarà del 5% circa. Tralasciando, se mai è possibile farlo, che alcuni studi hanno recentemente evidenziato come lavorare su turni per oltre 30 anni comporti una diminuzione della speranza di vita di almeno 5 anni (e che le nuove condizioni imposte aggraveranno questa palese ingiustizia sociale), dobbiamo pur tuttavia attenderci che il nuovo contratto, dopo aver ridotto le pause e innalzato i ritmi di lavoro, porti a una riduzione del costo del prodotto finito per l’0,35%, qualche decina di euro insomma! No, non può e non poteva essere questo l’obiettivo di Marchionne.

 

Il nuovo contratto fa molto di più. Il contratto nazionale va in soffitta, al suo posto si avranno tanti contratti quante sono le fabbriche e la rappresentanza sindacale non sarà già delegata dagli operai dei reparti ma decisa, dall’alto, dalle organizzazioni sindacali e limitata alle sigle che hanno firmato l’accordo! Altro che “porcellum”, la “legge elettorale” sindacale batte ogni concorrenza in fatto di insulto alla democrazia.

Negli ultimi trent’anni il sindacato è stato duramente colpito dall’avvio dei processi di “outsourcing” che hanno smembrato i grandi stabilimenti industriali in una miriade di piccole fabbriche a bassissimo controllo sociale. La politica delle delocalizzazioni o la sua sola minaccia ha ulteriormente indebolito le capacità del sindacato di soddisfare il compito di difendere la qualità del lavoro e della vita dei lavoratori. Ora la scomparsa del contratto nazionale può rappresentare l’arma letale che porta alla fine di questo storico compito con la conseguenza che, come ai primi dell’Ottocento, i lavoratori si troveranno nuovamente soli nel rapporto con il proprio datore di lavoro. A questa “modernizzazione” porta Mirafiori, quella stessa che è dietro alla proposta di Sacconi di trasformare lo Statuto dei Lavoratori in Statuto dei Lavori.

Si può e si deve ancora fare molto per contrastare questo disegno. Non corrisponde a verità, come insinuano gli interessati, che nulla è possibile di fronte alla globalizzazione. Molte proposte serie e concrete già esistono. Ai sindacati spetta riprendere la battaglia - una nuova mobilitazione FIOM è fissata per il prossimo 28 gennaio - ma soprattutto la politica dovrà infine svegliarsi dal lungo torpore in cui si è cacciata. Il contratto di Mirafiori non riguarda solo quegli operai ma rimette in discussione principi che sono alla base del patto sociale e, direi, di civiltà in Italia e in Europa. La sinistra di questo Paese ha il dovere di tutelare i diritti elementari dei lavoratori, tra i quali quello della effettiva e veritiera rappresentanza dei suoi delegati sui luoghi di lavoro.

Ultimo aggiornamento Domenica 16 Gennaio 2011 18:29  

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