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L’uomo dell’anno

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Il Dottor Sergio Marchionne è considerato un manager di livello mondiale, l’unico in grado di rilanciare le sorti del maggior gruppo manifatturiero italiano. Se proviamo ad esaminare con un minimo di attenzione quanto è accaduto e sta accadendo nell’universo FIAT, non è difficile accorgersi che il suo leader sta mettendo in opera una precisa strategia politica, prima ancora che industriale. Analizziamo, semplicemente, i fatti accaduti e la loro sequenza cronologica. Si comincia con un annuncio, il famoso “Progetto Fabbrica Italia”, che presupporrebbe un preciso Piano Industriale basato su numeri, su obiettivi,  su tempi, su una visione pragmatica e globale che indichi in modo preciso cosa si intende fare, come e quando. Sfogliando un qualunque dizionario della lingua italiana, alla parola PROGETTO sono associate definizioni simili a queste:

  1. tutto ciò che ci si propone di compiere; ideazione di un lavoro, di un’attività;
  2. il complesso degli studi, dei calcoli e dei disegni che determinano la forma e le caratteristiche di una macchina, di un edificio o di un’altra struttura;
  3. proposito vago, fantastico, spesso difficilmente realizzabile.

Al momento e a mio parere, l’unica enunciazione che si avvicina ai propositi di Marchionne è, purtroppo, soltanto la terza. Se esiste – ed esiste di certo - qualcosa di meglio precisato e più concreto rimane ben chiuso nella sua teca cranica o, al massimo, all’interno di qualche inaccessibile cassaforte, molto ben custodita a Torino o, più probabilmente, in una sede della Chrysler, a Detroit.

Il progetto varrebbe 20 miliardi di euro in investimenti “per consolidare e rilanciare la struttura produttiva nel Paese”. Una bella cifra, senza dubbio, e ottime intenzioni che sintetizzano un obiettivo del tutto condivisibile. Ma, mi domando, dove sono questi soldi? Dove si impiegherebbero? In quanti anni? Per fare cosa? Non si sa o, almeno, io non lo so e, forse, non lo sa neppure troppo bene l’Amministratore Delegato. Assomigliano molto agli innumerevoli miliardi di euro che, giornalmente, ESSO sbandiera per fare qualunque cosa, dal Ponte sullo Stretto fino al salvataggio dei colibrì di Trieste. Io ci trovo qualcosa di spaventosamente “berlusconesco”  in Sergio Marchionne, una specie di “ghe pensi mi e non rompete i cabasisi” rivolto a tutti, dai Sindacati alla Confindustria.

La FIAT era presente in Italia con 7 grandi stabilimenti: Termini Imerese, Pomigliano d’Arco, Mirafiori, Cassino, Melfi, Pratola Serra e Termoli. L’ambizioso “Progetto Fabbrica Italia” comincia con la chiusura di Termini Imerese («Non ci interessa più», sostiene molto semplicemente la FIAT il 5 febbraio 2010). Del resto sembra non interessare proprio nessuno, visto che l’argomento è ormai un dimenticato fantasma a meno, immagino, che per gli operai di quel complesso, le loro famiglie, l’indotto e quant’altro. Si prosegue con la rivoluzione di Pomigliano d’Arco: regole specifiche, per migliorare la produttività di uno stabilimento sfaticato e con un assenteismo pari a quello dell’amministrazione pubblica prima della “cura Brunetta”. «Non è un modello di contratto esportabile!» sostengono quasi tutti, tranne la FIOM e qualche altro estremista fuori di capoccia. A Pomigliano una grandiosa innovazione tecnologica  arriverà grazie allo spostamento della produzione della Nuova Panda dalla Polonia. Investimento previsto: 700 milioni di euro. Segue la clamorosa dichiarazione pubblica durante il programma di Fabio Fazio «… se dovessi togliere la parte italiana dai risultati, la FIAT farebbe di più. Avrebbe fatto di più l’anno scorso, lo sta facendo adesso … quindi, uno non può gestire delle operazioni in perdita per sempre …». E, ancora, una denuncia nei confronti dei giornalisti di “Anno Zero” che si erano permessi di criticare le qualità del modello MiTo, prodotto con il marchio Alfa Romeo. Tra lo sconcerto generale – si fa per dire, ovviamente - l’operazione Pomigliano viene ripetuta, identica a Mirafiori. Evidentemente anche a Torino non mancano gli assenteisti ed i fannulloni e occorre un deciso recupero di produttività. Si prevede un fantastico balzo in avanti in termini di ricerca e sviluppo, grazie alla produzione di una nuova berlina Alfa Romeo e di un  SUV Chrysler. Un miliardo, l’investimento programmato. Tra qualche giorno si svolgerà un ridicolo referendum tra i lavoratori che dovranno semplicemente scegliere se continuare a lavorare oppure essere licenziati. Tutto questo è propedeutico alla «… piena governabilità degli stabilimenti e dei processi industriali di FIAT che ad oggi ancora non si sono ottenuti …», sostiene l’uomo dell’anno.

E il prossimo passo, quale sarà? Credo che proseguirà la precisa strategia politica del “divide et impera” di Marchionne e, dunque, toccherà ad un altro stabilimento che, per forza di cose, dovrà soggiacere alle nuove regole imposte dall’Imperator. Ne rimangono ancora quattro e, ipotizzando a capocchia investimenti per un ulteriore miliardo cadauno, si arriva ad un totale di 5 miliardi e 700 milioni. Rispetto ai 20 previsti dal  “Progetto Fabbrica Italia”  rimangono ancora 14 miliardi e 300 milioni di euro! Cosa pensi di fare, caro Sergio, con tutto questo ben di Dio di rimanenza? Se lo illustrassi pubblicamente, magari potresti rendere meno indigesto l’amaro calice che stai imponendo ai lavoratori italiani del gruppo FIAT.

Quanto sta accadendo è favorito da un clima complessivo incredibilmente favorevole. Esiste un’oggettiva crisi economica che determina una feroce spaccatura sociale tra chi ha ancora un lavoro e chi l’ha perso o rischia di perderlo irrimediabilmente. ESSO è impegnato in un  ignobile “mercato delle vacche” che ne garantisca la triste sopravvivenza, mentre Bossi vuole solo una ratifica del famigerato Federalismo che liberi finalmente la Padania dal giogo straniero. Del resto, le scelte di Marchionne rientrano perfettamente nel quadro di una mai esistita politica industriale dell’attuale governo. I Sindacati sono assurdamente divisi non solo sul nuovo contratto capestro ma, addirittura, su quello che sembrava l’imprescindibile  diritto di rappresentanza all’interno delle fabbriche. L’opposizione centrista applaude all’innovatore Marchionne come fosse un nuovo “uomo della Provvidenza”, il salvatore della Patria. Il PD svolazza nell’aere, libero e felice, tracciando desolanti voli pindarici e lasciando che ogni rappresentante della sua attuale classe dirigente interpreti l’argomento FIAT come cacchio gli pare. Di Pietro è impegnato a frenare la possibile emorragia di altri Scilipoti annidati tra le file dell’IdV e Vendola sostiene, con il suo aulico linguaggio, che occorre «Reagire alla sfida lanciata con l'accordo FIAT su Mirafiori con grande radicalità». Cosa intenda davvero, nel merito, confesso di non averlo capito.  Qualcun altro, per ravvivare il clima folkloristico, invoca anti storiche nazionalizzazioni o pesanti interventi dello Stato.

Un esempio per tutti l’improvvida dichiarazione del candidato Sindaco di Torino, Piero Fassino «Se fossi un operaio voterei sì». Ma non sei un operaio, carissimo Piero, come ti permetti di immedesimarti in un ruolo così lontano dagli standard della tua vita quotidiana? Avessi almeno aggiunto «… perché non potrei permettermi di perdere il lavoro …». A Fassino fa eco Cofferati, con una posizione del tutto diversa: «… un accordo addirittura peggiore di quello di Pomigliano, che conferma come nella fabbrica napoletana non si agì in uno stato di necessità. Si voleva dare inizio ad una strategia, oggi aggravata a Mirafiori, per azzerare i diritti individuali e collettivi sanciti da accordi pregressi …».

Marchionne sta mettendo in pratica, oggi, quello che mai gli sarebbe riuscito ieri e, forse, neppure domani. Ha colto l’attimo, giocando le sue carte nel momento migliore, sicuro di vincere la partita. E cosa c’è davvero in gioco? Il paradosso sta nel fatto che la FIAT vuole produrre di più ma non è in grado, oggi, di vendere il suo prodotto. Nel 2010 ha registrato un calo del 16,7% rispetto all'anno precedente, perdendo significative quote di mercato nei confronti dei concorrenti. E, altrettanto paradossalmente, il titolo è cresciuto in Borsa del 50% in sei mesi. Da inizio gennaio, come ampiamente annunciato, FIAT si è sdoppiata tra l'auto (FIAT spa) e il resto (FIAT Industrial: trattori, camion, ecc.). Il baricentro decisionale si sposterà inevitabilmente dall’Italia verso il Brasile e gli Stati Uniti ed entrambe le Società diventeranno delle multinazionali che, per puri incidenti storici, utilizzano stabilimenti italiani. Se e fino a quando non se ne potrà fare a meno, ovviamente. È fin troppo facile prevedere una completa fusione con Chrysler e, molto presto, quest’ultima diventerà la vera protagonista dei destini degli operai italiani, che dovranno adeguarsi, quanto prima, alle nuove regole del mercato globale. In termini di diritti sul lavoro i Cinesi si avvicineranno un po’ a noi e noi ci avvicineremo molto ai Cinesi. A renderci diversi resteranno, probabilmente, solo i tratti somatici, gli occhi a mandorla. Ma a porre rimedio, ringraziando il cielo,  provvederanno i chirurghi estetici!

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Giugno 2011 12:39  

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