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La cricca, i sodi e il Vaticano 2

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Abbiamo detto nel precedente articolo, tra divagazioni storiche ed economiche, come lo Stato della Sacra Città del Vaticano (per brevità d’ora in avanti SCV: Se Cristo Vedesse…) abbia talvolta operato nei fatti – almeno per quanto riguarda i suoi organi finanziari – come un collettore di capitali destinati a finanziare  obiettivi di potere e comunque di malaffare. Ci siamo dimenticati di raccontare piccoli incidenti di percorso, quali lo scambio di tazzine del servizio bar da carcere che causò la morte di Michele Sindona, o il bagnetto che fecero fare a Roberto Calvi, sotto il ponte del black friars (i frati neri: i gesuiti) a Londra: roba che quando uno legge Dan Brown dice ma guarda che minchiate che si inventa questo qui, e invece…

Vorrei specificare che quanto riportato sopra è risultato della lettura estiva di un libro (oltre che di varie sparse fonti precedenti): “Vaticano S.p.A.” di Gianluigi Nuzzi ed. Chiarelettere, comprato in una normale stazione ferroviaria in attesa del treno. L’autore fa capire molto bene come qualunque azione di presa di potere abbia bisogno di essere finanziata: siccome uno non può andare allo sportello della Cassa di Risparmio all’angolo e dire: “mi scusi, mi dà, che so, 4 miliardi di euro perché vorrei prendere il potere attraverso qualche sistematica opera di corruzione, acquisto di voti e mantenimento di clientele” , è obbligato a rivolgersi a chi, in cambio di vantaggi, sia disposto e abbia le tecniche giuste per il rastrellamento occulto di questo capitale. Normalmente il giochino consiste in un rapporto di sovrafatturazione verso qualche azienda amica (magari alle Barbados, o magari facente parte del proprio gruppo e creata all’uopo), creazione della riserva costituita dal differenza tra il valore fatturato e i costi effettivi, viaggetto con il malloppo al di là del Tevere con in tasca la ricetta medica, deposito e lavaggio tramite canali interbancari facenti capo allo IOR sui circuiti internazionali, prevalentemente svizzeri. Vedi caso Enimont – Gardini. Molto meglio poi se i beni fatturati rientrano nella categoria dei cosiddetti “beni immateriali”: invece di camion e patate, che più o meno si sa quanto valgono, cose vaghe tipo “diritti relativi alla diffusione di contenuti televisivi” per le quali l’assegnazione di un valore equo o di mercato è oggetto di accanite dispute accademiche e dissertazioni teoriche tra canuti professori di economia e redattori di bilanci: non so se a voi ricorda qualcosa, a me sì!

Quindi, speranzoso leggevo avidamente pagina dopo pagina, fino ad arrivare ai ringraziamenti finali, che cito testualmente: “La mia riconoscenza e gratitudine – dell’autore ovviamente N.d.R. – vanno al mio direttore Maurizio Belpietro. Dai tempi de ‘L’Europeo’ , de ‘Il Giornale’, la fiducia e l’autonomia  che mi ha sempre concesso..etc. etc.”. La sorpresa! Ecco dunque perché non avevo mai trovato alcun riferimento ad ESSO: lascio a voi meditare sul perché comunque il libro abbia riportato per tutti gli altri casi una così apparentemente solida analisi e fedele relazione di quanto accaduto. Sembra un po’ come gli attuali e conclamati successi delle forze dell’ordine contro ‘ndrangheta e casalesi: vuoi vedere che anche nel campo della criminalità organizzata e del controllo e gestione del potere ci sono i padroni e gli sfigati?

Ci ripromettiamo comunque di leggere quanto prima qualcosa sul ruolo della banca Rasini, ove lavorava il papà di ESSO, e che pare fosse anch’essa struttura di pochi sportelli ma molti lavaggi.

Dicevamo che il favore del lavaggio avviene in cambio di un vantaggio: credo che nel caso della SCV questo sia esemplificabile – in sintesi estrema – nelle recenti cene romane del cardinal Bertone, insieme al gentiluomo di sua santità ( a proposito, lo era anche qualcuno di quelli – prima citati - che hanno interrotto bruscamente il loro cammino in questa valle di lacrime) Gianni Letta, ESSO, e tale Casini che forse qualche esperienza ioresca se l’era fatta in un ancora discusso tentativo di finanziamento di una roba chiamata Grande Centro, qualche annetto fa. La cena si è svolta nel salotto di Bruno Vespa, e giustamente, in quanto sembra che tale salotto faccia parte degli asset di Propaganda Fide: magari Bertone era lì per riscuotere l’affitto, quando hanno suonato alla porta, sono arrivati gli altri amici e si sa come vanno le cose…spesso a escort, ma in questo caso la presenza di sua eminenza avrà frenato i bollenti ardori!

Siamo parlando quindi del vantaggio, al di fuori del volere e del controllo del parlamento, di fare le minchie che si vuole passando sulla testa del Popolo Italiano. Immagino che l’atteggiamento del cardinal Bertone sia anche dovuto all’abitudine: sembra che la SCV, sia, oltre al Brunei, l’unico stato al mondo ad avere il parlamento – o quanto di più gli assomiglia – nominato direttamente dal sovrano.

Tutto ciò noi lo paghiamo pure (come si dice, mazziati e cornuti)! Un enorme costo democratico, sicuramente, ma anche venale, grazie ai brillanti accordi concordatari messi in pista dai cavalieri Benito e Bettino (che evidentemente avevano capito per quali vie passa la gestione e il consolidamento del potere): qui le stime sono varie e differente, grazie appunto alla speciale opacità del tutto, ma si va dai 4 Miliardi di Euro annui stimati da Repubblica fino a 9 stimati dall’ateo Odifreddi. Esiste anche una stima per il costo della politica, o diciamo della casta, secondo il quotidiano “La Repubblica”: intorno ai 4 Miliardi di Euro annui; da qui la considerazione del quotidiano che “La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il ‘costo della democrazia’, magari con migliori risultati.”

Continua il quotidiano: “Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca ‘di sinistra’ come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce ‘otto per mille’ ma grazie al 35 per cento che indica ‘Chiesa cattolica’ fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini. Ma pur considerando il meccanismo ‘facilitante’ dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio ‘ritorno sociale’. Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma ‘quanto’ veri?”

E’ venuto fuori in questi giorni che solo le “auto blu” ci costano, autisti compresi, intorno ai 4 Miliardi di Euro all’anno, per cui la non recentissima stima de “La Repubblica” deve essere forse considerata in forte difetto. Insomma, sulla stima dei costi c’è, oh guarda caso, grande incertezza e confusione. Circa le opere di bene associate all’8 per mille pare non sommino a più del 20% del totale.

Proviamo però ora a trarre qualche conclusione da questo lungo sproloquio:

  1. la cultura è rivoluzionaria: saper leggere un bilancio è cultura, saper comunicare le proprie idee su internet è cultura; non ci si fa più infinocchiare dalla superstizione che copre la truffa, si possono fare verifiche e si possono condividere le idee fino ad arrivare a determinazioni comuni; è faticoso, ma è un cammino obbligato: il potere dei nuovi tiranni riposa sull’ignoranza della gente;
  2. secondo alcune fonti (tra l’altro proprio cattoliche) l’evasione fiscale in Italia ha raggiunto cifre impressionati (366 Miliardi di € all’anno nel 2010), sottraendo a tutti circa 143 Miliardi di Euro all’anno, e rendendoci primi in questa poco invidiabile classifica europea. Se a questo sommiamo i costi incerti e probabilmente sottostimati della casta e della SCV, raggiungiamo una cifra che ci renderebbe credo tra i paesi più ricchi del mondo. Siamo come un mulo moribondo oberato sulla groppa da un carico parassita che lo sta sfiancando. Altro che crisi e finanziarie di lacrime e sangue! Tra l’altro il solo recupero della evasione fiscale, dati i rapporti tra le cifre, ci potrebbe anche consentire di mantenerci  il piccolo lusso rappresentato dal conforto religioso della SCV: in ogni caso occuparsi di questi dati con serietà e competenza è un atto rivoluzionario. E siccome l’evasione fiscale è responsabilità nostra, qui non possiamo che dar la colpa a noi stessi: da cui se ne deduce che anche tenere un comportamento etico è rivoluzionario.
  3. ma perché poi diavolo lo Stato Italiano deve delegare alla SCV e al clero opere di bene e di assistenza sociale, non esercitando poi nessun controllo né sull’impiego dei capitali né sui risultati raggiunti? In questo paese, uno stato sociale non è il semplice traguardo di una socialdemocrazia evoluta, ma ancora è un obiettivo rivoluzionario.

Vediamo allora di uscire dal porto delle nebbie, di occuparci di numeri e non di miracoli e santi e di porre le cose nella giusta prospettiva e nel loro giusto valore, nella costruzione di un programma politico degno di questo nome. E rivoluzionario nei fatti, non nelle parole!

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Luglio 2010 12:50  

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