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Pomigliano ancora

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Mi perdoneranno i lettori de “Lo Sbavaglio” se torno, nel giro di poche ore, su questa vicenda. Lo faccio perché la ritengo di cruciale importanza per il significato che assume e che investe non solo i lavoratori di quell’hinterland napoletano ma la stessa civiltà italiana ed europea del lavoro, frutto delle lotte d’intere generazioni dei nostri padri, dei nostri nonni.

Accolgo di buon grado il suggerimento che mi è stato indirizzato di occuparmi delle questioni sollevate da quell’accordo e di rinunciare a sollevare l’indice accusatore su questa o quella forza politica. Dunque stiamo ai fatti.

La Fiat, nel piano di riorganizzazione generale delle sue attività italiane ed estere, annuncia che è disponibile a un investimento di 700 milioni di euro per lo stabilimento di Pomigliano che comporterà pure il trasferimento in quella sede della produzione, attualmente in Polonia, della Panda e che consentirebbe all’impianto napoletano di continuare a vivere. Questa “generosa” disponibilità è accompagnata un pacchetto di misure per la riorganizzazione dei cicli produttivi interni alla fabbrica. Va subito qui evidenziato che queste misure non sono esposte alla discussione e tanto meno alla trattativa con i sindacati dei lavoratori. Si tratta “in toto” di accettarle o di rifiutarle. Questa singolare forma di manifestazione delle relazioni industriali viene definita accordo - quando più propriamente ognun vede essere tecnicamente un ricatto - e viene siglato da tutte le organizzazioni sindacali eccezion fatta per Fiom e Cobas.

Veniamo però al merito delle “proposte” Fiat rigettate da Fiom. Queste, in particolare nei punti più controversi, comportano:

Orario di lavoro e straordinari. La produzione dei veicoli sarà realizzata per 24 ore al giorno e per 6 giorni la settimana, sabato compreso, con 18 turni settimanali per coprire la catena di montaggio. Ogni turno avrà la durata di 8 ore, con la pausa mensa, fissata dal contratto nazionale, di 30 minuti. Solo che la pausa mensa viene spostata a fine turno.  Dunque, per i lavoratori, si tratterebbe di fatto di sette ore e mezza senza refezione. La mezz’ora di mensa, poi, può essere (sarà) sacrificata per recuperare le perdite di produzione.  Fiat si riserva di far ricorso a 80 ore di straordinario in più per lavoratore all’anno, senza dover ottenere un via libera dai sindacati, sui turni di lavoro interi. Queste 80 ore non negoziabili si aggiungono alle 40 ore già previste dal contratto collettivo nazionale. In tutto, dunque, 120 ore di straordinario obbligatorio: tre settimane di lavoro.

Organizzazione del lavoro. Si passerà a un regime di tre pause da 10 minuti ciascuna da fruire collettivamente nell’arco del turno di lavoro. Scompaiono le due pause da 20 minuti, sostituite da tre pause da dieci minuti, e si perdono quindi 10 minuti di pausa in ogni turno. Ovviamente, alle due pause di 20 minuti, nel regime precedente, si sommava la mezz’ora mensa – che, ora, come abbiamo visto, sarà spostata a fine turno e, per più o meno obbligatorie esigenze di produzione, sarà destinata a saltare.

Cassa integrazione. Nei due anni previsti per ristrutturare l’impianto, Fiat ricorrerà alla cassa integrazione straordinaria (dunque a carico del contribuente italiano).

Assenteismo e scioperi. La società si riserva di non retribuire, com’è tenuta a fare, i primi tre giorni di malattia, quando ritenga di considerarli casi di “assenteismo anomalo” – solitamente registrati nei picchi di assenze per malattia, per scioperi e per “messa in libertà” per cause di forza maggiore.

Clausole di responsabilità e di esigibilità. Le parti hanno anche compilato una “clausola di responsabilità” con l’impegno di rispettare quanto stabilito nell’intesa, pena effetti liberatori per l’azienda. Si prevede una “commissione paritetica” incaricata di valutare le controversie sulle circostanze di assenze, scioperi e deroghe varie, restando comunque l’ultima parola all’azienda. Il venir meno, da parte del singolo lavoratore, per qualsiasi motivo, anche ad una sola delle clausole previste nell’accordo, costituisce un’infrazione punibile con provvedimenti disciplinari e licenziamenti e comporta il venir meno dell’efficacia nei suoi confronti delle altre clausole.

Ora nessuno, e tanto meno Fiom che ha manifestato e continua a manifestare la disponibilità a trovare un’intesa per il futuro dello stabilimento e nell’interesse dei lavoratori, ritiene che non debbano essere sanzionate assenze ingiustificate e sospette ma non è certo necessario, per contrastare quei poco commendevoli comportamenti, ridurre diritti e garanzie di tutti i lavoratori.

Ora nessuno, e tanto meno Fiom che ha proposto una diversa articolazione dei cicli per soddisfare le nuove esigenze produttive, intende disconoscere la necessità di incrementare la produttività in quello stabilimento ma non si vede perché necessariamente ciò debba comportare deroghe, se mai possibili, ai diritti costituzionali di cui all’articolo 40 o alle disposizioni previste dal contratto collettivo nazionale di categoria.

È poi evidente che un “accordo” di tal fatta è destinato a fare scuola in tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat e in tutto il settore industriale nazionale.

Ecco, dunque, a che può e deve servire la politica. Impedire che l’economia con le sue inesorabili leggi di profitto e di sfruttamento (preferite produttività?) prevalga sugli interessi generali della società. Questo il senso dell’art. 41 della nostra Costituzione. Lo può fare anche ricordando a Fiat i suoi doveri nei riguardi della collettività nazionale verso la quale non solo ha innegabili meriti ma ha pure contratto nel tempo altrettanti innegabili debiti. Devono, le forze politiche responsabili, impedire che quei vasi comunicanti che sono i mercati mondiali globalizzati livellino verso il basso i salari e i diritti dei lavoratori in tutto il mondo.

Ora, infine, posso dirlo? Cosa dovremmo attenderci dalle forze politiche che rappresentano gli interessi dei lavoratori italiani? I piccoli partiti della sinistra, SEL e RC, hanno assunto posizioni chiare e nette in merito (ad onor del vero lo stesso ha fatto l’Italia dei Valori). Ma solo su queste piccole forze, e manco rappresentate in Parlamento, può contare la maggioranza degli italiani che vive del proprio lavoro?

 

 

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