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Il federalismo visto da Napoli

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Per il mio breve soggiorno napoletano ho avuto la fortuna di alloggiare nel cuore del quartiere di Chiaia, a pochi passi da piazza Martiri. Per chi non è mai stato a Napoli o la conosce attraverso le immagini dei suoi pittoreschi e brulicanti vicoli come pure per quelle di straordinaria bellezza del Golfo questa parte della città non è neppure immaginabile. Via Filangieri, via Calabritto, via dei Mille sono senza dubbio tra i più eleganti e raffinati percorsi urbani in Italia, al pari e anche più delle sorelle romane (via Condotti) e milanesi (via Montenapoleone). Eppure percorrendo via Chiaia e raggiunta la centralissima via Toledo si vedono aprire verso la collina i famigerati quartieri spagnoli: un grumo fatiscente di palazzi seicenteschi che quasi non conoscono manutenzione dall’anno della fondazione.

Così Napoli visivamente, e meglio di qualsiasi indagine sociologica, riassume l’aspro contrasto tra i due “Mezzogiorno” di Italia.  C’è un Mezzogiorno ricco e opulento il cui tenore di vita è al passo con la parte più ricca dell’Italia settentrionale. C’è un Mezzogiorno misero e straccione le cui condizioni non trovano eguali in altra parte del Paese. Signori e cafoni, come prima dell’avvento della rivoluzione industriale, sono ancora oggi, estremizzando per ragioni espositive, le sole categorie sociali disponibili a sud della capitale. Ciò poteva ancora fare di Napoli, nel Settecento, la città italiana più europea, in gara con Parigi e Londra per il primato culturale nel Continente. L’Ottocento sembrava nato sotto buoni auspici dacché i Borbone avevano avviato imprese metallurgiche e cantieri navali dai quali erano potute scaturire la prima linea ferrata italiana, la Napoli-Portici, e la prima linea di navigazione marittima, la Napoli-Palermo, ma all’unità nazionale si dovette pagare un caro prezzo. Qui non solo è mancata, come del resto in tutta Italia, la catarsi della rivoluzione sociale ma neppure si è avuto quello sviluppo industriale che, in altre parti d’Italia, ha accompagnato la modernizzazione della società con la nascita di nuovi ceti urbani protagonisti della nuova età della tecnica. Ora il federalismo in salsa italiana appare da qui più che un’opportunità di protagonismo e di riscatto, come pure ritenevano gli illustri meridionalisti del Novecento, una minaccia alla propria ricchezza per alcuni, un incomprensibile dibattito per gran parte degli altri.

 

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