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Il grufolio dei pigs

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Mentre scrivo pare che le misure messe a punto, faticosamente, dai ventisette membri dell’Unione Europea nel week end di Bruxelles abbiano centrato l’obiettivo di costringere il ripiegamento, almeno per ora, della speculazione sull’euro nata e cresciuta attorno al nodo del debito pubblico greco e poi degli altri componenti la “gloriosa” famiglia dei pigs (Portogallo, Italia o Irlanda secondo la bisogna, Grecia, Spagna), letteralmente porci secondo la sprezzante definizione di origine anglosassone.

Tuttavia non solo i bilanci dei pigs sono afflitti da pesantissimi debiti, negli ultimi anni sono cresciuti a dismisura - complice la crisi internazionale importata dagli USA - anche i debiti pubblici dei virtuosi paesi del nord Europa, Germania inclusa, a tal punto che oggi nessuno dei grandi paesi europei centrerebbe gli obiettivi di finanza pubblica previsti dal famoso trattato di Maastricht.

Questi ultimi, ricordiamolo, impongono che il rapporto tra il disavanzo pubblico annuale e il prodotto interno lordo (PIL) non superi il 3 % e che il rapporto tra il debito pubblico e il PIL non ecceda il 60%. È stato già ampiamente rilevato come queste misure, stabilite e riportate nel trattato, non abbiano alcun significato economico particolare ma fossero state inizialmente concepite per restringere la zona euro, escludendo in particolare l’Italia che riuscì ad essere nel gruppetto di testa solo grazie alla caparbia volontà del duo Ciampi-Prodi. Tant’è che oggi, in particolare per il secondo dei due parametri di finanza pubblica sul quale desideriamo concentrare questa nostra discussione, neppure la Germania potrebbe vantare perfetta convergenza avendo superato abbondantemente l’80% del rapporto tra debito e PIL e candidandosi più che autorevolmente a occupare il terzo posto nella classifica mondiale dei debiti pubblici in valore assoluto, scippando la posizione all’Italia e collocandosi subito dietro USA e Giappone.

È perciò di assoluta evidenza che tutti i paesi europei (e non solo) siano indebitati fino al collo e che le loro finanze siano in affanno nel reperire le risorse necessarie a garantire la spesa in sanità, previdenza, istruzione, giustizia e sicurezza, i capitoli principali del bilancio pubblico.

Ma è altrettanto evidente, senza dover scomodare eleganti principi contabili o astratte teorie di scienza delle finanze, che ad ogni debito corrisponda un credito di pari importo. Ecco dunque una materia poco conosciuta e di cui scarsamente si occupa l’informazione. Chi possiede il debito pubblico dei paesi europei e italiano in particolare? A favore di chi si è indebitato lo stato per continuare a funzionare?

Prima dell’avvento dell’euro i titoli del debito pubblico italiano, gli strumenti finanziari attraverso i quali il Tesoro finanzia il suo debito, erano pressoché per intero nelle mani di investitori nazionali, privati (famiglie, imprese) e istituzionali (banche, altre società finanziarie). Ora il debito pubblico italiano è collocato per poco meno della metà in Italia e per la restante parte presso investitori prevalentemente europei che, come rilevato recentemente da uno studio condotto dal New York Times e riportato in Italia da Repubblica, sono in gran parte francesi. Questa collocazione internazionale del debito pubblico italiano poco cambia la sostanza del nostro ragionamento che è il seguente: negli ultimi anni, progressivamente e in misura sempre crescente, la finanza pubblica si è indebitata a favore di privati o di organismi finanziari (che in buona misura a loro volta collocano sul mercato privato) mettendo a rischio la propria solidità e solvibilità e costringendo alla contrazione l’intervento pubblico nelle principali aree di welfare, sanità e previdenza in testa.

Negli stessi anni nella società italiana, come testimoniano i rapporti OCSE, la forbice tra ricchi e poveri si andava allargando assai più di quanto non capitasse nel resto del mondo. Utilizzando il cosiddetto coefficiente di Gini, che misura le differenze di reddito con un numero tra 0 e 1 (dove 0 rappresenta l'uguaglianza perfetta e 1 l’assoluta diseguaglianza), scopriamo che l’Italia può ora “vantare” un sesto posto tra le peggiori nazioni OCSE con uno sconfortante 0,35. Peggio di tutti fa il Messico con lo 0,48, assai meglio Svezia e Danimarca con lo 0,25. Ma quel che più colpisce è il fatto che negli ultimi venti anni l’Italia ha fatto peggio di tutte le nazioni europee. I redditi da lavoro, capitale e risparmi sono diventati il 33% più diseguali a partire dalla metà degli anni ottanta. Si tratta del più elevato aumento nei paesi OCSE, dove l’aumento medio é stato del 12%.

Detto in termini più semplici e brutali, ma non per questo meno puntuali, negli ultimi due decenni l’Italia, e in misura meno rilevante l’intera Europa, si è indebitata per finanziare la crescita del divario tra i più ricchi che ora detengono quote significative del debito pubblico nazionale e i più poveri che ora vedono ridursi le prestazioni sociali per risanare il bilancio dello stato. Non c’è che dire. Non solo tra i porci c’è chi grufola più forte, ovverosia razzola grugnendo in cerca di cibo secondo la dotta definizione del Sabatini Coletti.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 10 Maggio 2010 14:08  

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