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Lettera aperta a Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo

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 Egregio dott. Passera,

vinco l’iniziale resistenza a scriverle invogliato dal ricordo della retorica di Cicerone con quel suo celebre “domina omnium et regina ratio” che, certo, le sarà gradito riascoltare giacché io e lei condividiamo non pochi studi e la medesima età anagrafica.

In questi giorni ho ottenuto dalla sua (e dalla mia) Banca una prima tranche di finanziamento per la ristrutturazione di un immobile di mia proprietà. Fin qui nulla di male, se non ne avessi fatto richiesta più di otto mesi fa. Negli ultimi due anni mi è pure divenuto complicato domiciliare un’utenza o disporre un bonifico poiché le filiali, come saprà, raccolgono la richiesta e la indirizzano a un centro servizi dove, talora non senza disguidi, l’operazione può essere completata. Nel mio vecchio Sanpaolo, tanto per dire, avrei ottenuto quel mutuo in due settimane e quelle operazioni, a parità di tempo dedicato dall’operatore, sarebbero state completate senza intoppo allo sportello. Lei, per certo, sa che non si tratta di episodi isolati o occorsi soltanto alla mia persona, perciò non inoltri questa mia all’ufficio reclami ché, del resto, non è questa la ragione del mio scritto. Né la indirizzi, la prego, all’ufficio organizzazione perché possa rivedere questo o quel processo produttivo. Non è di qualche più o meno affrettato tuning alla “macchina” che necessita la Banca dove ho lavorato per venticinque anni.

Per anni abbiamo inseguito un modello che, per brevità e per esemplificare, dirò modello Mc Kinsey. Per anni le nostre eroine si sono chiamate RBS o HSBC, rispetto alle quali ora sappiamo quanto fortunatamente ci siamo trovati “indietro”, allo scoppio della crisi, nel processo di “modernizzazione”. Quel modello, che recitava il mantra della creazione di valore per gli azionisti, è fallito. Forse a causa della più grave crisi finanziaria del dopoguerra o forse perché ha persino contribuito a produrla. In quel modello non c’è posto, a dispetto delle rituali affermazioni di segno contrario, per stakeholder diversi dall’azionista. Le famiglie e le imprese sono divenute clienti. Il lavoro è divenuto merce; merce da acquisire al minor prezzo possibile e da mescolare ad altri ingredienti di costo – capitale finanziario, logistica, advertising – con il solo obiettivo di incrementare il corso del titolo in Borsa.

Solo questa concezione del lavoro può aver prodotto, negli ultimi anni, la più estesa forbice tra i trattamenti economici degli impiegati e dei manager nella storia del capitalismo. Solo questa concezione del lavoro può davvero immaginare che assicurarsi la presenza fisica dei dipendenti, poniamo con il sistema dei tornelli, possa significare assicurarsene anche la collaborazione. Solo questa concezione del lavoro, ancora, può ritenere che l’efficacia dei risultati sia il frutto della caparbia applicazione delle regole della scuola classica di management. Solo questa concezione del lavoro può trasformare molti attivi collaboratori in svogliati e passivi esecutori con gli esiti che le ho appena brevemente accennato nelle prime righe di questa mia lettera.

Capisco che tutto ciò non riguardi solo Intesa Sanpaolo. Lei, però, ama dire che la nostra Banca è al servizio del Paese e le piace spesso anche ricordare che è parte rilevante dell’economia nazionale. Quale migliore servizio potrebbe oggi dare la nostra Banca al nostro Paese se non restituendo dignità al lavoro delle molte migliaia di persone che vi operano quotidianamente per riconsegnarle con passione al prezioso ruolo di esercizio del credito nell’interesse di tutta la collettività, dipendenti inclusi?

So bene di essere stato incompleto e lacunoso per troppi aspetti, ma non voglio abusare oltre del suo tempo e della sua attenzione.

La ringrazio e la saluto cordialmente.

Giuseppe Ippolito

già dirigente Sanpaolo

 

 

 

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